Caduto fuori dal tempo – David Grossman

SCRIBA DELLE CRONACHE CITTADINE: Mentre sono seduti a cena l’uomo all’improvviso muta espressione. Con un gesto brusco spinge via il piatto che ha davanti facendo tintinnare forchette e coltelli. Poi si alza, sembra non sappia dove si trova. La donna sussulta sulla sedia. Lo sguardo dell’uomo le vaga intorno senza posarsi su nulla e lei – già una volta è stata colpita dalla tragedia – l’avverte subito, eccola, mi tocca di nuovo, le sue dita gelide sulle mie labbra. Ma che succede? sussurra con lo sguardo, e l’uomo la osserva, stupito…

– Devo andare.

– Dove?

– Da lui.

– Dove?

– Da lui, laggiù.

– Dove è successo?

– No, no. Laggiù.ù

– Cos’è laggiù?

– Non lo so.

– Mi fai paura.

– Per vederlo ancora un istante.

– Ma cosa vedrai? Cos’è rimasto da vedere?

– Forse laggiù potrò vedere. Persino parlare con lui.

Parlare?!

pag.7

TITOLO: Caduto fuori dal tempoCaduto-fuori-dal-tempo-Grossman

AUTORE: David Grossman

TRADUTTORE: Alessandra Shomroni

EDITORE: Mondadori

PAGINE: 183

COSTO: 18,50 euro

Caduto fuori dal tempo è un punto d’arrivo nella carriera letteraria di uno dei massimi scrittori contemporanei, uno di quei libri che portano la nostra consapevolezza e la nostra capacità di sentire a un limite oltre il quale non è possibile andare.
Tutto comincia con un’immagine, un gesto, un movimento di misteriosa, evocativa potenza: un uomo si alza all’improvviso da tavola, prende commiato dalla moglie ed esce per andare “laggiù”. Ha perso un figlio, anni prima, e “laggiù” è dove il mondo dei vivi confina con la terra dei morti.
Non sa dove sta andando, e soprattutto non sa cosa troverà. Lascia che siano le gambe a condurlo, per giorni e notti gira intorno alla sua città e a poco a poco si unisce a lui una variegata serie di personaggi che vivono lo stesso dramma e lo stesso dolore: il Duca signore di quelle terre, una riparatrice di reti da pesca, una levatrice, un ciabattino, un anziano insegnante che risolve problemi di matematica sui muri delle case. E l’uomo a cui è stato affidato l’incarico di scrivere le cronache cittadine. Ciascuno ha la propria storia, chi ha perso il figlio per una grave malattia, chi in un incidente, chi in guerra. Insieme a loro idealmente, visto che non può muoversi dalla sua stanza, c’è anche una strana figura di Centauro, con la parte inferiore del corpo che nel tempo si è trasformata in scrivania. È uno scrittore che da quindici anni vive circondato dagli oggetti del figlio che non c’è più, e il cui unico desiderio da allora è catturare quella morte con le parole. “Non riesco a capire qualcosa finché non la scrivo” dice. È lui a ispirare e a inglobare la storia che stiamo leggendo.
La marcia di quei genitori prosegue in giri sempre più ampi intorno alla città, monologando o dialogando ognuno di essi parla di sé, del desiderio di rivedere almeno una volta il proprio figlio, della vita che si è interrotta in quel tragico momento. E ognuno ha una sua voce, che Grossman in modo sublime trasforma nella voce della poesia, la lingua del dolore.
Arriveranno “laggiù”? Sì, ci arriveranno, fusi a quel punto in un coro di pura e profonda umanità.
E noi con loro, in pagine di sconvolgente intensità e verità. Per capire, insieme a Centauro, che il cammino di questi uomini e donne esiliati nella terra del dolore è stato una “lotta contro la distruzione, la cancellazione, l’oblio”, il bisogno di dare un paesaggio a quella terra, la volontà di sottrarre la memoria alla tenebra per riconsegnarla alla vita.

Trama da Mondadori

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Sabato 18 maggio al Salone del libro di Torino era presente David Grossman per presentare il suo libro, appunto, Caduto fuori dal tempo. Anche se ovviamente era presente la traduttrice (un mostro di donna, la ammiro per la sua rapidità e la sua bravura), io che sono una bimba pazza mi sono cimentata nella traduzione di alcune delle sue frasi, almeno di quelle che capivo (credo) e che mi piacevano. Vorrei riproporvele, ovviamente vi avviso che potrebbero non essere le traduzioni esatte di ciò che lui ha detto. Prendete dunque quanto scriverò con le pinze xD

  • Noi (gli scrittori ndt) siamo coloro che riceveranno le informazioni che scrivono.
  • La cosa più bella dell’essere scrittore è che metti te stesso nel mezzo delle tue paure, nel mezzo di ciò che ti spaventa. Senza protezioni.
  • Il libro deve essere inevitabile, non solo la storia, ma anche il libro che deve essere scritto.
  • Lo stile è la pelle e la carne del racconto, in questo senso la pelle cresce con il libro.
  • Perdere un figlio è come perdere le regole, è contro ogni senso naturale.
  • La cosa più crudele che le catastrofi ci fanno è che ci fossilizzano, ci trasformano in pietre, ci paralizzano.
  • Quando sei libero di muoverti non permetti alla catastrofe di bloccarti in un luogo.
  • Quando sei capace di andare oltre la catastrofe non sei più vittima, non sei più immobile non sei più pietrificato.
  • è difficile per me dire dove comincio io e dove inizia la fantasia, i miei personaggi.
  • è un modo (il “laggiù” ndt) di parlare, o un luogo dove si può parlare del posto al confine con la vita e il Paradiso.
  • Credo di aver trovato, o di aver capito, il modo in cui è possibile avvicinarsi, o perfino andare e tornare, da quel luogo.
  • Forse i libri, o qualsiasi altra arte, sono il “laggiù” dove tutto può esistere o non esistere, insieme.
  • Poi ho alzato gli occhi ed era quasi mezzanotte. Mi sentivo come se fossi su un’isola governata da un altro tempo.
  • Non riesco a capire la mia vita se non quando scrivo.
  • Amo raccontare storie. Delle volte nella mia città racconto storie in ebraico, ovviamente qui non posso, per ore. Tante volte anche la sera. Leggo tanto e poi alzo gli occhi e guardo il pubblico, magari non sono tanto giovani, ma quando ascoltano delle storie hanno lo sguardo dei bambini.
  • C’è una tale dolcezza nel fare qualcosa che è tanto rilevanti per se stessi.

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