Sabotaggio d’Amore – Amélie Nothomb

La guerra cominciò nel 1972. Fu proprio quello l’anno in cui ho capito una grandissima verità: a questo mondo nessuno è indispensabile, tranne il nemico.

Senza nemico l’essere umano è poca cosa. La sua vita è un tormento, un’oppressione di vuoto e di noia.

Il nemico è il Messia.

(pag. 16)

E’ così che, fin dalla più tenera età, ho avuto le idee chiare sulla censura e la disinformazione.

Perché, insomma, come si fa a trovare irrilevante un conflitto di tre anni a cui parteciparono decine di nazioni, e durante il quale furono perpetrate atrocità così spaventose?

Pretesto per questo silenzio dei media: l’età media dei combattenti si aggirava intorno ai dieci anni. I bambini sarebbero dunque estranei alla Storia?

(pag. 17)

Il ventilatore sta al comunismo come l’epiteto sta a Omero: Omero non è l’unico scrittore al mondo che abbia utilizzato gli epiteti. Ma è quella sua pagina che gli epiteti acquistano il loro pieno significato.

(pag.25)

E quando le esigenze dell’esperto di stilistica sono state soddisfatte, ci si può azzardare a scrivere questo: “E’ in Cina che ho scoperto la libertà”.

Esegesi di questa frase scandalosa: “E’ nella Cina spaventosa della Banda dei Quattro che ho scoperto la libertà”.

Esegesi di questa frase assurda: “E’ nel carcere del ghetto di San Li Tun che ho scoperto la libertà”.

(pag. 35)

sabotaggio-damore

“Bisogna fare qualcosa.

“Dal momento che amo Elena, dal momento che lei è la più bella, dal momento che c’è su questa terra una persona così adorabile, dal momento che l’ho incontrata, dal momento che, anche se non lo sa, lei è la mia innamorata, bisogna fare qualcosa.

“Qualcosa di grande, di superbo – qualcosa che sia degno di lei e del mio amore.

“Ammazzare un Tedesco, per esempio. Ma non me lo lasceranno fare. Le vittime finisce sempre che le lasciamo andare vive. Un’altra manovra degli adulti e della Convenzione di Ginevra. Questa guerra è truccata.

“No. Una cosa che potrei fare da sola. Una cosa che riesca a impressionare Elena.”

(pag. 41)

Definisco cavallo non ciò che ha quattro zampe e produce sterco, ma ciò che maledice il suolo e me ne allontana, ciò che mi solleva e mi costringe a non cadere, ciò che mi calpesterebbe a morte se cedessi alla tentazione del fango, ciò che mi fa danzare il cuore e nitrire il ventre, ciò che mi spinge a un’andatura così forsennata che devo stringere le palpebre, poiché anche la luce più pura non abbaglierà mai quanto la sferza dell’aria.

Definisco cavallo quel luogo unico dove è possibile perdere ogni ormeggio, ogni pensiero, ogni coscienza, ogni nozione di futuro, per essere solo uno slancio, una vela spiegata.

Definisco cavallo quell’accesso all’infinito, e cavalcatura il momento in cui incontro le schiere innumerevoli di Mongoli, dei Tartari, dei Saraceni, dei Pellerossa o di altri fratelli di galoppo che hanno vissuto solo per essere cavalieri, cioè per essere.

Definisco cavalcatura lo spirito che scalcia con quattro ferri, e io so che la mia bicicletta ha quattro ferri, e scalcia ed è un cavallo.

Definisco cavaliere colui che il suo cavallo ha sottratto all’insabbiamento, colui che il suo cavallo ha reso alla libertà che fischia nelle orecchie.

Ecco perché nessun cavallo ha mai meritato il nome di cavallo quanto il mio.

(pag. 45)

Sì, mia amata, tu soffri per causa mia, non che io ami la sofferenza, se ti potessi dare la felicità sarebbe meglio ma ho capito che non è possibile, perché io sia in grado di renderti felice tu prima mi dovresti amare, e tu non mi ami, mentre per renderti infelice non è necessario che tu mi ami, e poi per renderti felice dovresti prima essere infelice – come si fa a rendere felice uno che è felice – quindi ti devo rendere infelice per avere un’occasione poi di renderti felice, in ogni caso l’essenziale è che sia per causa mia, mia amata, se tu potessi provare per me un decimo di quello che io provo per te saresti felice di soffrire, all’idea del piacere che mi dai soffrendo.

(pag. 52)

Era ovvio che gli adulti erano lì per i bambini. I genitori e i loro complici erano su questa terra affinché i loro rampolli non avessero a preoccuparsi di questioni sussidiarie come il vitto e l’alloggio, affinché potessero assumere pienamente il loro ruolo essenziale, essere bambini, vale a dire essere.

(pag. 55)

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